
Ci sono momenti in cui una parte di noi desidera cambiare, mentre un’altra sembra trattenerci.
Possiamo sentirci divisi, incerti, a volte persino incoerenti.
In realtà, queste esperienze spesso riflettono dinamiche psicologiche profonde e molto comuni nella vita emotiva.
Molte persone raccontano esperienze simili a questa.
Un uomo sulla trentina da qualche tempo pensa spesso di cambiare lavoro.
Il suo impiego attuale non lo soddisfa più.
Sente il desiderio di fare qualcosa di diverso, più vicino ai suoi interessi. Eppure, ogni volta che prende seriamente in considerazione l’idea di cambiare, succede qualcosa dentro di lui.
Una parte si entusiasma all’idea di nuove possibilità. Un’altra parte, però, inizia subito a pensare ai rischi:
“E se poi non funzionasse?”
“E se perdessi la stabilità che ho adesso?”
Così rimanda. Passano settimane, a volte mesi. Dentro di sé sente due spinte opposte:
una che lo spinge a muoversi e una che lo trattiene.
Molte persone, in momenti diversi della vita, vivono qualcosa di molto simile.
Quando accadono queste cose, spesso ci si giudica duramente. Ci si definisce indecisi, incoerenti o incapaci di scegliere. Da un punto di vista clinico, però, ciò che accade nella mente è spesso molto diverso.
Queste esperienze sono frequentemente il segno di conflitti intrapsichici: tensioni tra parti interiori che portano bisogni, paure e desideri differenti. Non si tratta quindi di debolezza o mancanza di volontà. Si tratta di equilibri psicologici complessi.
Spesso immaginiamo la mente come qualcosa di unitario: un’unica voce che dovrebbe sapere con chiarezza cosa vuole. In realtà, l’esperienza psicologica è molto più articolata.
Nel lavoro clinico emerge spesso quanto la vita mentale sia composta da diverse tendenze interne, che possono cooperare tra loro ma anche entrare in tensione. Dentro ognuno di noi convivono, ad esempio:
Quando queste esigenze entrano in contrasto può emergere ciò che in psicologia viene chiamato ambivalenza affettiva. La persona può quindi:
Per esempio si può desiderare una relazione profonda e, nello stesso momento, provare un impulso a prendere distanza proprio quando la relazione diventa più significativa.
Queste oscillazioni possono generare confusione e frustrazione. Tuttavia, osservate con uno sguardo clinico, rappresentano spesso il tentativo della mente di tenere insieme bisogni emotivi differenti, entrambi importanti per l’equilibrio psicologico della persona.
Quando queste diverse tendenze interne entrano in tensione tra loro, la mente cerca spesso un modo per mantenere un equilibrio. Ed è proprio in questi tentativi di equilibrio che possono comparire alcuni sintomi o comportamenti che, a prima vista, sembrano contraddittori.
Molte persone raccontano esperienze simili a questa.
Una donna descrive spesso una situazione che la confonde.
Dice di desiderare una relazione stabile. Quando conosce qualcuno che le piace davvero, all’inizio si sente coinvolta e speranzosa. Poi però accade qualcosa. Quando la relazione comincia a diventare più significativa e più vicina emotivamente, sente crescere un disagio difficile da spiegare. Inizia a notare piccoli difetti nell’altra persona. Diventa più distaccata. A volte interrompe la relazione proprio quando sembrava andare bene.
Chi vive esperienze di questo tipo spesso si chiede:
“Perché faccio qualcosa che in realtà non voglio?”
“Perché rovino situazioni che potrebbero rendermi felice?”
Da una prospettiva psicodinamica, situazioni come queste possono essere comprese attraverso il concetto di formazione di compromesso.
Molti comportamenti che appaiono contraddittori o autolimitanti non sono semplicemente errori o mancanza di volontà.
Sono piuttosto soluzioni intermedie che la mente costruisce per gestire tensioni interne difficili da sostenere. Quando due bisogni o due spinte psicologiche entrano in conflitto, la mente cerca spesso un modo per mantenere un equilibrio tra entrambi.
Il sintomo può rappresentare proprio questo tentativo di equilibrio.
Nel caso dell’esempio precedente, una parte della persona può desiderare vicinanza, relazione e intimità. Un’altra parte può invece temere ciò che la vicinanza comporta: il rischio di essere feriti, rifiutati o abbandonati. Il comportamento di allontanamento può quindi avere una doppia funzione:
In questo senso il sintomo non è soltanto un ostacolo. È anche una soluzione psicologica temporanea che permette alla mente di mantenere un certo equilibrio interno.
Molte situazioni quotidiane possono essere comprese in questa chiave.
Rimandare decisioni importanti
Può essere un modo per proteggersi dal rischio di fallire o dal timore del giudizio.
Evitare relazioni troppo profonde
Può servire a non riattivare paure di perdita o di rifiuto.
Criticarsi continuamente
Può rappresentare un modo per contenere il desiderio di affermarsi senza esporsi troppo al confronto con gli altri.
Restare in situazioni insoddisfacenti
Può offrire una sensazione di stabilità che appare meno minacciosa dell’incertezza del cambiamento.
Osservati da questa prospettiva, molti comportamenti che sembrano blocchi o incoerenze assumono un significato diverso.
Spesso rappresentano tentativi, anche inconsapevoli, di proteggere parti vulnerabili dell’esperienza emotiva.
Questi conflitti raramente nascono solo nel presente. Spesso hanno radici nella storia emotiva e relazionale della persona. Le esperienze di vita contribuiscono infatti a costruire nel tempo modi specifici di gestire i bisogni, le paure e le relazioni.
Per esempio:
In queste situazioni la mente può sviluppare strategie utili per proteggersi da ciò che viene percepito come emotivamente pericoloso. Queste strategie, inizialmente adattive, possono però diventare limitanti quando le condizioni di vita cambiano. È importante ricordarlo. Spesso non si tratta di un fallimento personale. È il risultato di equilibri psicologici costruiti nel tempo per adattarsi a contesti reali o percepiti come minacciosi.
In psicoterapia l’obiettivo non è eliminare la parte che frena o blocca. Quella parte, nella maggior parte dei casi, ha avuto una funzione protettiva importante.
Il lavoro terapeutico consiste piuttosto nel riconoscere e ascoltare le varie parti, in tal modo il conflitto tende gradualmente a perdere intensità. La persona non deve più lottare contro se stessa. Può iniziare a comprendere il senso dei propri movimenti interiori. Ed è spesso da questa comprensione che nasce una maggiore libertà di scelta.
Prima della riflessione finale, può essere utile ricordare qualcosa di importante. Molte delle tensioni interiori che viviamo non sono segni di fragilità o incoerenza. Sono spesso il risultato di tentativi profondamente umani di proteggere parti vulnerabili di noi stessi.I conflitti interiori non indicano necessariamente che qualcosa in noi non funziona. Spesso indicano che diverse parti della nostra esperienza stanno cercando di essere ascoltate.
Comprendere questo può essere il primo passo per guardare ai propri conflitti interiori con maggiore curiosità e meno giudizio.
La prossima volta che ti senti diviso tra desideri opposti, prova a fermarti un momento e chiederti:
“Quale parte di me sta cercando protezione in questo momento?
E cosa teme di perdere?”
A volte la chiave non è combattere il conflitto. È comprenderlo.
Sigmund Freud (1926). Inibizione, sintomo e angoscia. Torino: Bollati Boringhieri.
Sigmund Freud (1915). L’inconscio. In Metapsicologia. Torino: Bollati Boringhieri.
Nancy McWilliams (2012). La diagnosi psicoanalitica. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Jonathan Shedler (2015). La terapia psicodinamica. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Otto Kernberg (2016). Relazioni d’amore. Normalità e patologia. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Peter Fonagy, Mary Target (2001). Attaccamento e funzione riflessiva. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Vittorio Lingiardi & Nancy McWilliams (a cura di) (2017). Manuale diagnostico psicodinamico PDM-2. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Gli esempi presenti in questo articolo sono situazioni illustrative costruite a fini divulgativi e non si riferiscono a persone reali o a casi clinici specifici.
Questo articolo fa parte di un percorso dedicato alle dinamiche invisibili della mente: quei processi interiori che spesso sostengono i sintomi senza farsi vedere chiaramente, ma che possono diventare comprensibili e trasformabili nel tempo.
