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Perché non riusciamo a riposare davvero in vacanza? La psicologia del vero riposo

vacanze e riposo psicologico
tempo per se stessi

Ansia da ferie, stanchezza e difficoltà a rilassarsi: cosa succede nella nostra mente quando rallentiamo

Negli ultimi giorni di luglio la narrazione collettiva sembra seguire un unico copione: si parla di partenze, itinerari, valigie da preparare e i social si riempiono di immagini di spiagge assolate, montagne silenziose e aperitivi al tramonto. Quasi senza accorgercene, finiamo per condividere un'idea tanto diffusa quanto illusoria: che il benessere abbia una data precisa sul calendario e coincida con il momento in cui chiudiamo la porta dell'ufficio per partire.

Eppure, l'esperienza clinica e la vita quotidiana raccontano una realtà più complessa. C'è chi aspetta le ferie per mesi e, una volta arrivato a destinazione, continua a sentirsi profondamente stanco. Chi finalmente rallenta ma scopre di essere più ansioso, irritabile o inquieto di prima. Chi torna al lavoro con la sensazione di non essersi mai davvero riposato. Al contrario, ci sono persone che trascorrono l'estate vicino a casa e riescono comunque a ritrovare un senso di calma, equilibrio e rigenerazione.

Questo apparente paradosso ci ricorda una verità importante: il riposo non coincide semplicemente con l'assenza di impegni o con un cambiamento di luogo. Prima ancora di essere un'esperienza organizzativa, è un'esperienza psicologica.

Quando smettiamo di fare, iniziamo a sentire

Durante l'anno siamo immersi in una successione continua di impegni, notifiche, responsabilità e scadenze. Per molte persone questo ritmo è semplicemente una necessità della vita quotidiana. Per altre, però, può assumere anche una funzione difensiva.

Dal punto di vista psicodinamico, Melanie Klein descrive la difesa maniacale come una modalità attraverso cui la mente tenta di tenere lontani vissuti dolorosi, sentimenti di perdita, vulnerabilità o vuoto. Non significa che ogni persona molto impegnata utilizzi questo meccanismo, ma che, in alcuni casi, il fare continuo può diventare un modo per non sentire.

Quando arrivano le ferie e il ritmo rallenta, il rumore di fondo della quotidianità si attenua. Le difese che durante l'anno erano sostenute dall'attivismo perdono parte della loro efficacia e ciò che era rimasto sullo sfondo può emergere con maggiore chiarezza.

L'ansia che compare durante le vacanze, quindi, non nasce necessariamente dalle vacanze. Più spesso rende visibile qualcosa che era già presente, ma che il continuo susseguirsi di impegni non lasciava spazio ad ascoltare.

In altre parole, il sintomo non compare improvvisamente sulla spiaggia o in montagna: semplicemente perde quella copertura che l'attività incessante aveva contribuito a mantenere.

Una domanda da portare con sé in vacanza

Se nei primi giorni di ferie ti senti più nervoso, triste o inquieto del previsto, prova a non concludere subito che la vacanza sia stata una scelta sbagliata. Chiediti piuttosto: che cosa sto iniziando a sentire ora che non devo più correre? A volte il disagio non è provocato dal riposo, ma diventa finalmente visibile proprio perché il rumore della quotidianità si è attenuato.

Quando anche il relax diventa una prestazione

È naturale desiderare un periodo di sollievo. Talvolta, però, investiamo le ferie di un significato quasi salvifico: «Quando partirò starò finalmente bene», «Lì riuscirò a rilassarmi», «Tornerò completamente rigenerato».

Il rischio è attribuire al luogo il potere di trasformare ciò che appartiene invece alla nostra organizzazione psicologica.

I nostri modi di vivere le relazioni, le emozioni e lo stress ci accompagnano ovunque. Chi convive con un Super-Io particolarmente severo e fatica a concedersi il diritto di non fare nulla senza sentirsi in colpa, spesso porta con sé questa stessa rigidità anche in vacanza.

Le giornate finiscono così per riempirsi di programmi, visite, escursioni, fotografie da scattare e luoghi da vedere. Il riposo diventa un altro obiettivo da raggiungere e il relax una nuova prestazione.

Focus clinico: dal "dover lavorare" al "dover rilassarsi"

Quando la vacanza si trasforma nell'obbligo di essere felici, di sfruttare ogni minuto o di mostrare sui social quanto ci si stia divertendo, il corpo e la mente continuano a vivere sotto la stessa pressione sperimentata durante il lavoro. Cambia il contesto, ma non cambia il funzionamento interno.

Riposare significa sentirsi al sicuro

Donald Winnicott ha mostrato come la capacità di stare tranquillamente con se stessi non sia innata, ma si costruisca all'interno di relazioni sufficientemente sicure, capaci di offrire holding, cioè contenimento emotivo e sostegno.

Questa esperienza, interiorizzata nel corso dello sviluppo, permette gradualmente di sentirsi al sicuro anche quando si è soli.

Le ricerche più recenti sulla regolazione del sistema nervoso, come quelle di Stephen Porges, mostrano inoltre quanto il nostro organismo abbia bisogno di percepire l'ambiente come sufficientemente sicuro per poter uscire dallo stato di allerta.

Se continuiamo a vivere in una condizione di ipervigilanza, il corpo fatica a rilassarsi davvero, anche nel luogo più bello del mondo. Possiamo trovarci su una spiaggia o in un rifugio di montagna e rimanere mentalmente contratti, incapaci di lasciare andare le preoccupazioni.

Al contrario, una giornata trascorsa nel proprio ambiente abituale, leggendo un libro, facendo una passeggiata o condividendo una conversazione significativa con una persona cara, può offrire un senso di ristoro autentico proprio perché favorisce una profonda esperienza di sicurezza.

Restare può essere una scelta di cura

L'estate porta con sé anche un altro rischio: quello del confronto sociale.

I social media mostrano una sequenza quasi ininterrotta di immagini di vacanze perfette. È facile arrivare a pensare che chi rimane a casa stia perdendo qualcosa di importante.

Dal punto di vista psicodinamico, questa esperienza può alimentare vissuti di invidia, esclusione e inadeguatezza, soprattutto quando il proprio valore personale tende a dipendere dallo sguardo degli altri.

Eppure, prendersi cura di sé non si misura in chilometri percorsi.

Restare può diventare una scelta consapevole: dormire qualche ora in più, leggere senza fretta, passeggiare in una città finalmente silenziosa, dedicarsi a un hobby trascurato, ritrovare il piacere di una conversazione profonda o semplicemente concedersi il lusso di non fare nulla.

Sono esperienze apparentemente semplici, ma capaci di interrompere una convinzione molto diffusa: quella secondo cui valiamo soltanto quando produciamo, consumiamo o dimostriamo qualcosa.

La domanda più importante

Forse la domanda più utile da portarci dietro all'inizio delle vacanze non è:

«Dove andrò quest'estate?»

ma piuttosto:

«Che cosa mi impedisce, dentro di me, di sentirmi davvero a riposo?»

Per alcuni la risposta riguarderà il bisogno di controllare tutto; per altri la paura del vuoto, il perfezionismo, la difficoltà a delegare, il timore di deludere gli altri o la fatica a entrare in contatto con la propria vulnerabilità.

Le vacanze rappresentano un'occasione preziosa per rallentare e recuperare energie. Sarebbe però irrealistico aspettarsi che, da sole, possano risolvere conflitti interiori costruiti nel corso degli anni.

Paradossalmente, proprio perché rallentiamo, le ferie possono offrirci un'opportunità speciale: quella di ascoltare parti di noi che durante il resto dell'anno rimangono coperte dal rumore della quotidianità.

Prendersi cura della propria salute mentale significa accogliere ciò che emerge con curiosità e senza giudizio.

Il vero riposo non nasce quando cambiamo paesaggio, ma quando riusciamo a sentirci sufficientemente al sicuro dentro di noi. È in quel momento che il tempo smette di essere una pausa dalla vita e diventa uno spazio in cui ritrovare noi stessi.

Bibliografia essenziale

  • Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell'attaccamento. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Freud, S. (1977). L'Io e l'Es. In Opere, vol. 9. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Klein, M. (1978). Scritti 1921-1958. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Porges, S. W. (2014). La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell'attaccamento, della comunicazione e dell'autoregolazione. Roma: Giovanni Fioriti Editore.
  • Winnicott, D. W. (1974). Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore. · 
  • Gilbert, P. (2010). La mente compassionevole.Trento: Erikson
  • Siegel, D. J. (2014). La mente relazionale. Raffaello Cortina Editore.

Domande frequenti (FAQ)

Perché in vacanza mi sento più ansioso invece che rilassato?

Quando rallentiamo, la mente ha finalmente spazio per entrare in contatto con emozioni e preoccupazioni che durante l'anno restavano sullo sfondo. Non è la vacanza a creare l'ansia: spesso la rende semplicemente più visibile.

Perché torno dalle ferie ancora stanco?

La stanchezza non è sempre solo fisica. Stress, tensioni emotive e conflitti interiori possono richiedere tempi più lunghi per essere elaborati. Il vero riposo riguarda anche la mente, non soltanto il corpo.

È normale sentirmi in colpa quando non faccio nulla?

Sì. Molte persone sono cresciute con l'idea che il proprio valore dipenda dall'essere sempre produttive. Per questo motivo il tempo libero può suscitare disagio anziché benessere.

Restare a casa durante le vacanze può fare bene?

Certamente. Il benessere non dipende dalla destinazione, ma dalla possibilità di rallentare, sentirsi al sicuro e dedicare tempo ai propri bisogni. Anche una vacanza trascorsa vicino a casa può essere profondamente rigenerante.

Cosa significa davvero riposare?

Dal punto di vista psicologico, riposare significa permettere al corpo e alla mente di uscire dallo stato di continua allerta, recuperando una sensazione di sicurezza, equilibrio e contatto con se stessi.

Quando può essere utile rivolgersi a uno psicoterapeuta?

Se ansia, irritabilità, senso di vuoto o difficoltà a rilassarsi si ripresentano ogni anno o compromettono la qualità della vita, possono essere il segnale di dinamiche interiori che meritano di essere comprese. Un percorso psicoterapeutico può aiutare a dare significato a questi vissuti e a costruire un modo più libero e autentico di prendersi cura di sé.

Sono laureata in Psicologia con indirizzo clinico presso la Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Padova e in Pedagogia presso la Facoltà di Magistero di Torino . Ho conseguito la specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica presso l’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica di Torino IPP, un Master in Psicoterapia Bionomica presso il Formist (Scuola di Psicoterapia Bionomia) di Cagliari e sono didatta dell’ICSAT in training autogeno bionomico. Sono iscritta all’albo degli Psicologi al n 169 e all’elenco degli psicoterapeuti della Regione Piemonte.

Anna Ambiveri

psicologa & psicoterapeuta

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