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Perché alcune relazioni creano dipendenza affettiva

difficoltà di rompere il legame
due persone sofferenti

Attaccamento, paura dell’abbandono e regolazione emotiva

Ci sono relazioni che occupano una gran parte della nostra vita mentale. Relazioni a cui il nostro pensiero è continuamente rivolto, che influenzano l’umore quotidiano e che ci fanno sentire emotivamente dipendenti, spesso più di quanto vorremmo esserlo. A volte basta un messaggio ricevuto o ignorato per sentirsi rassicurati oppure profondamente destabilizzati.

Quando un legame diventa fonte di sofferenza, è naturale chiedersi perché si continui a restare in quella relazione e perché sembri così difficile interromperla, anche quando si soffre. La spiegazione che viene più facilmente in mente è spesso una sola: la dipendenza affettiva.

Ma dietro questa espressione, oggi molto utilizzata, vi sono dinamiche interiori molto più complesse. Non si tratta semplicemente di “amare troppo”. Spesso il nodo centrale riguarda il significato psicologico che quella relazione assume. Alcuni legami non rappresentano soltanto amore, desiderio o compagnia, ma diventano anche modi inconsapevoli per regolare stati emotivi difficili.

Ed è soprattutto questo che rende certe relazioni così difficili da lasciare.

Quando il legame diventa una forma di sicurezza interna

Ogni relazione significativa attiva bisogni profondi: il bisogno di vicinanza, di sentirsi visti e scelti, di essere importanti per qualcuno. In alcune persone, però, il legame assume un ruolo ancora più centrale. La relazione diventa il luogo in cui cercare stabilità emotiva.

La presenza dell’altro calma l’ansia e attenua quella percezione di vuoto o instabilità che alcune persone fanno fatica a sostenere da sole. Quando questo accade, il pensiero di poter perdere quella persona può essere vissuto come qualcosa di molto più forte di una semplice delusione. Può sembrare una vera e propria perdita di equilibrio emotivo.

Ecco perché alcune separazioni possono essere molto difficili, anche quando la relazione è fonte di sofferenza. Con la separazione non si perde soltanto una persona, ma anche un equilibrio emotivo costruito attorno a quel legame.

Perché alcuni legami diventano così difficili da sciogliere

Molto spesso queste dinamiche non nascono nella relazione presente, ma affondano le loro radici in modalità emotive apprese molto tempo prima, attraverso le prime esperienze relazionali che influenzano il modo in cui impariamo a vivere la vicinanza, la distanza e la sicurezza emotiva.

Quando durante la crescita l’affetto è stato percepito come imprevedibile, discontinuo o poco disponibile, il bisogno di legame può diventare particolarmente forte. In alcune persone questo può tradursi in una spiccata sensibilità ai segnali relazionali.

Un messaggio non ricevuto, un cambiamento di tono o una distanza improvvisa: elementi che per altri potrebbero essere tollerabili vengono vissuti come segnali di possibile perdita.

Non è sensibilità eccessiva; spesso si tratta di sistemi emotivi molto allenati a percepire il rischio di allontanamento.

Perché le relazioni instabili possono creare più coinvolgimento

Paradossalmente può succedere che le relazioni più destabilizzanti siano talvolta anche le più difficili da lasciare.

Questo ha a che fare con il funzionamento stesso dell’attaccamento. Le relazioni intermittenti, fatte di presenza e distanza, conferme e improvvise chiusure, tendono a mantenere il sistema emotivo in uno stato costante di attenzione.

La mente rimane costantemente orientata alla ricerca di segnali di rassicurazione e continua ad aspettare qualcosa che possa restituire stabilità e sicurezza. Ed è proprio questa alternanza che può intensificare il legame, perché il sistema interno rimane agganciato alla speranza di ritrovare stabilità.

Questo può portare a un bisogno continuo di rassicurazione, a una notevole difficoltà a interrompere il legame, a una forte dipendenza dagli stati emotivi della relazione e ad avere il pensiero costantemente rivolto all’altra persona

Tutto questo viene spesso interpretato come debolezza. In realtà, molte volte, rappresenta il tentativo della mente di gestire un profondo senso di incertezza emotiva.

La paura dell’abbandono è spesso una paura interna

Quando si parla di paura dell’abbandono si immagina facilmente il timore di restare soli. Ma spesso la questione è più complessa e profonda. Molte persone non temono soltanto di perdere l’altro, ma ciò che potrebbe accadere dentro di sé quando il legame si interrompe.

Quando questi stati emotivi diventano troppo intensi, il legame può assumere una funzione di contenimento molto importante. In questi casi la relazione non serve soltanto a stare bene con qualcuno, ma anche a mantenere un equilibrio interno fragile e vulnerabile.

Ed è per questo che alcune rotture sembrano mettere in crisi non solo il rapporto, ma anche il senso stesso di sé.

Il rischio di colpevolizzarsi

Molte persone che vivono queste dinamiche sviluppano un forte senso di vergogna. Si percepiscono fragili, bisognose, troppo coinvolte. Cercano allora di controllarsi, di diventare più distaccate, di “dipendere meno”. Ma spesso questo atteggiamento finisce per aumentare ulteriormente la sofferenza, perché impedisce di comprendere la reale funzione emotiva del legame.

Comprendere, però, non significa giustificare qualsiasi relazione né restare in situazioni dannose. Significa iniziare a riconoscere che dietro certi comportamenti esistono bisogni profondi di sicurezza, riconoscimento e stabilità emotiva.

Ed è difficile trasformare una dinamica se prima non si riesce a capire che cosa, dentro di noi, quella dinamica stia cercando di proteggere.

Dipendenza affettiva o bisogno di regolazione?

L’espressione “dipendenza affettiva” rischia a volte di essere troppo semplificante, perché può far pensare che alcune persone siano semplicemente incapaci di stare sole.

In realtà, molte volte, il problema non riguarda la solitudine in sé, ma ciò che emerge emotivamente quando manca un legame che aiuti a regolare stati interni molto intensi.

Per questo, il lavoro psicologico non consiste soltanto nell’imparare a lasciare andare qualcuno, ma anche nel costruire gradualmente una maggiore capacità di restare in contatto con le proprie emozioni senza sentirsi andare in pezzi a causa della distanza o della perdita.

Conclusione

Alcune relazioni diventano così centrali non solo per ciò che accade tra due persone, ma per il ruolo che assumono nell’equilibrio interno di chi le vive.

Ed è per questo che certi legami possono sembrare impossibili da interrompere anche quando fanno soffrire. Non perché una persona sia semplicemente “troppo dipendente”, ma perché quella relazione, spesso inconsapevolmente, stava proteggendo qualcosa di molto vulnerabile.

Comprendere questa dinamica non elimina immediatamente la sofferenza, ma può trasformare il modo in cui guardiamo ciò che stiamo vivendo.

La consapevolezza di ciò che cerchiamo davvero nei legami affettivi è il primo passo per costruire relazioni più consapevoli e meno guidate dalla paura di perdere l’altro.

Bibliografia

  • Bowlby, J. – Una base sicura. Raffaello Cortina Editore.
  • Bowlby, J. – Attaccamento e perdita. Bollati Boringhieri.
  • Johnson, S. – Stringimi forte. Vallardi.
  • Ammaniti, M. – Pensare per due. Laterza.
  • Liotti, G. – La dimensione interpersonale della coscienza. Carocci.
  • Kernberg, O. – Relazioni d’amore. Cortina.
  • Schore, A. – La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Astrolabio.
  • Levine, P. – Traumi e shock emotivi. Macro Edizioni.
  • Borgna, E. – La fragilità che è in noi. Einaudi.
  • Galimberti, U. – I miti del nostro tempo. Feltrinelli.
Sono laureata in Psicologia con indirizzo clinico presso la Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Padova e in Pedagogia presso la Facoltà di Magistero di Torino . Ho conseguito la specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica presso l’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica di Torino IPP, un Master in Psicoterapia Bionomica presso il Formist (Scuola di Psicoterapia Bionomia) di Cagliari e sono didatta dell’ICSAT in training autogeno bionomico. Sono iscritta all’albo degli Psicologi al n 169 e all’elenco degli psicoterapeuti della Regione Piemonte.

Anna Ambiveri

psicologa & psicoterapeuta

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