
C’è un momento preciso, verso la fine di agosto, in cui qualcosa cambia.
La luce del pomeriggio comincia ad accorciarsi, le giornate sembrano improvvisamente avere un altro ritmo e, quasi senza accorgercene, iniziamo a pensare al ritorno al lavoro, alla scuola, agli impegni, alle responsabilità.
Per alcune persone questo passaggio è accompagnato da una sensazione di inquietudine. La vacanza non è ancora finita, ma la mente è già proiettata verso ciò che verrà dopo. Compare una certa malinconia, diminuisce la capacità di godersi gli ultimi giorni, si avverte una stanchezza che non sembra soltanto fisica.
È ciò che comunemente viene chiamato ansia da rientro o post-holiday blues.
In molti casi si tratta semplicemente della normale difficoltà di passare da un ritmo all’altro. Dopo settimane caratterizzate da orari diversi, maggiore libertà e minori richieste, è naturale avere bisogno di tempo per riadattarsi.
Ma qualche volta il disagio del rientro può raccontare anche qualcosa di più.
Non necessariamente un problema e nemmeno necessariamente una vita che “non ci appartiene”, ma una distanza che durante l’anno riusciamo a percepire poco: quella tra ciò che facciamo perché dobbiamo farlo e ciò che desideriamo davvero.
Ed è proprio questa distanza che la pausa estiva, talvolta, rende più visibile.
Durante l’anno viviamo immersi in una rete di richieste: lavorare, rispettare scadenze, occuparci degli altri, essere efficienti, mantenere impegni, rispondere rapidamente.
Molte di queste esigenze sono necessarie e fanno parte della vita adulta. Il problema nasce quando la quotidianità diventa così piena di cose da fare da lasciare poco spazio a quello che sentiamo.
La vacanza può interrompere, almeno temporaneamente, questo circuito.
Cambiano gli orari, diminuiscono alcune responsabilità, possiamo rallentare, dormire di più, stare senza fare nulla, seguire maggiormente i ritmi del corpo. Anche il tempo sembra assumere una qualità diversa.
Non significa che in vacanza diventiamo improvvisamente “noi stessi” mentre durante l’anno siamo soltanto una maschera. È qualcosa di più sottile: alcune parti di noi possono semplicemente trovare più spazio.
Può emergere il piacere di leggere senza uno scopo, di stare a lungo a tavola, di camminare, di parlare con qualcuno senza guardare continuamente l’orologio. Possiamo accorgerci di essere più pazienti, più curiosi, più disponibili oppure, semplicemente, meno stanchi.
La vacanza può quindi diventare una sorta di piccolo esperimento: mostra cosa succede quando alcune delle abituali pressioni diminuiscono.
Il problema può comparire proprio quando la vacanza sta per terminare.
Insieme alla routine quotidiana possono tornare anche quelle richieste che ci accompagnano durante tutto l’anno: essere efficienti, non perdere tempo, mantenere il controllo, non deludere, essere all’altezza.
A volte queste richieste sono così familiari che non le percepiamo più come qualcosa che ci viene imposto. Sono diventate una voce interna che ci accompagna nelle giornate e ci dice che cosa dovremmo fare, come dovremmo comportarci e, qualche volta, persino come dovremmo essere.
È quella voce che ci spinge a rimetterci subito in moto, a recuperare ciò che è rimasto indietro, a non perdere tempo. E che può farci sentire in colpa quando ci fermiamo, anche quando avremmo bisogno di farlo.
Da un punto di vista psicodinamico, queste richieste possono essere legate a norme, aspettative e ideali che nel corso della nostra storia abbiamo fatto nostri. Non arrivano più soltanto dall’esterno: a un certo punto cominciamo a portarle dentro di noi.
Questo non significa che il dovere sia necessariamente qualcosa di negativo. Abbiamo responsabilità, persone di cui prenderci cura, impegni che non possiamo semplicemente mettere da parte.
Il problema può nascere quando quella voce diventa così forte da lasciare poco spazio ad altre parti di noi: al bisogno di riposare, al piacere, alla curiosità, al desiderio di fare qualcosa semplicemente perché ci va.
Ed è forse proprio questo che la fine della vacanza può rendere più evidente: quanto spazio lasciamo, nella nostra vita quotidiana, a ciò che desideriamo oltre a ciò che dobbiamo fare.
La malinconia di fine vacanza non ha quindi un solo significato.
Per qualcuno è semplicemente la tristezza per la fine di un periodo piacevole. Per qualcun altro può essere il segnale di una difficoltà concreta: un lavoro particolarmente stressante, un ritmo di vita diventato difficile da sostenere, una situazione relazionale faticosa.
Per altri ancora può essere qualcosa di più sfumato: la sensazione che nella vita quotidiana ci sia poco spazio per sé.
Il rientro può rendere nuovamente evidente ciò che la pausa aveva temporaneamente attenuato. È come se il contrasto diventasse più percepibile.
Durante le ferie ci siamo accorti di avere bisogno di dormire di più. Abbiamo scoperto che ci piace passeggiare senza una meta. Ci siamo accorti di quanto ci mancassero alcune persone. Oppure abbiamo provato sollievo nel non dover rispondere continuamente alle richieste degli altri.
Tornando alla routine, queste esperienze possono entrare in contrasto con il modo abituale di vivere.
E allora può comparire una domanda scomoda:
“Perché riesco a sentirmi così quando sono in vacanza e non nella mia vita di tutti i giorni?”
Non sempre la risposta è che dobbiamo cambiare vita. A volte è sufficiente riconoscere un bisogno che abbiamo trascurato.
Quando finalmente rallentiamo, può succedere qualcosa di curioso: cominciamo ad accorgerci di cose che durante l’anno non avevamo quasi il tempo di sentire.
Può essere la stanchezza che ci portiamo dietro da mesi e che, nella fretta delle giornate, avevamo imparato a non ascoltare. Oppure può affacciarsi un pensiero sul lavoro, una difficoltà nella relazione, il desiderio di avere più tempo per noi. A volte ci accorgiamo semplicemente di quanto ci faccia bene non avere continuamente qualcosa da fare o qualcuno a cui rispondere.
Non sempre si tratta di scoperte importanti o di problemi da risolvere. Può essere anche qualcosa di molto semplice: ci piace leggere con calma, camminare senza una meta, stare a tavola più a lungo, vedere gli amici senza dover incastrare tutto tra un impegno e l’altro.
Poi arriva il momento di tornare alla vita di tutti i giorni e, insieme alla routine, tornano anche i ritmi e le richieste abituali. Ed è proprio allora che possiamo accorgerci della distanza tra come ci siamo sentiti in vacanza e come viviamo normalmente.
In questo senso, la vacanza può diventare uno specchio. Non perché debba rivelarci necessariamente una verità nascosta o un conflitto inconscio, ma perché, quando il rumore della quotidianità si abbassa, diventa un po’ più facile ascoltare ciò che normalmente rimane sullo sfondo.
E forse non ci sta dicendo che dobbiamo cambiare vita. Forse ci sta semplicemente mostrando qualcosa di cui avremmo bisogno di prenderci un po’ più cura anche quando la vacanza è finita.
Quando torniamo alla vita di tutti i giorni, è facile che il dovere riprenda rapidamente il suo posto. Ci sono cose da fare, persone di cui occuparsi, responsabilità che non possono essere messe in pausa. E questo, di per sé, non è un problema.
Il problema può nascere quasi senza che ce ne accorgiamo, quando ci abituiamo a mettere continuamente davanti ciò che dobbiamo fare e lasciamo il resto per dopo.
Il riposo può aspettare. Un desiderio può aspettare. Anche qualcosa che ci piace può essere rimandato a quando avremo finalmente un po’ di tempo.
Solo che quel momento, spesso, non arriva.
È così che il desiderio rischia di diventare qualcosa a cui pensiamo soltanto quando ci allontaniamo dalla routine. In vacanza possiamo accorgerci di quanto ci piace leggere, stare con certe persone, camminare, avere tempo per noi o semplicemente non dover fare nulla. Poi torniamo a casa e tutto questo sembra di nuovo difficile da trovare.
Ma il desiderio non chiede necessariamente di abbandonare i propri doveri o di vivere facendo soltanto ciò che ci piace. Chiede, forse, di non scomparire completamente dentro ciò che dobbiamo fare.
La questione allora non è scegliere tra responsabilità e libertà, tra dovere e piacere. È provare a trovare, nella vita che abbiamo, uno spazio anche per ciò che ci interessa, ci nutre, ci fa stare bene e ci fa sentire un po’ più presenti a noi stessi.
Forse è proprio questo uno degli insegnamenti che possiamo portare con noi dalle vacanze: non una vita senza doveri, ma una vita in cui ciò che dobbiamo fare non occupi tutto lo spazio di ciò che desideriamo.
Non sempre la malinconia che accompagna la fine delle vacanze ha bisogno di essere combattuta. A volte è semplicemente il modo con cui mente e corpo reagiscono al passaggio da un ritmo all’altro. Dopo giorni più lenti, è comprensibile che tornare alla routine richieda un po’ di tempo.
Forse, allora, la prima cosa da fare è proprio non avere fretta di stare subito bene. Essere tristi perché le vacanze stanno finendo non significa non saper affrontare la vita quotidiana. E non è necessario tornare immediatamente a essere positivi, motivati e produttivi.
Può essere più utile fermarsi per un momento e chiedersi che cosa ci mancherà davvero di quei giorni.
Forse il fatto di dormire senza la sveglia. Forse avere più tempo per leggere, per camminare, per stare con le persone a cui vogliamo bene. Oppure, più semplicemente, la sensazione di non dover continuamente correre da una cosa all’altra.
Sono domande semplici, ma possono dirci qualcosa. Perché ciò che ci ha fatto stare bene durante le vacanze non appartiene necessariamente soltanto alle vacanze.
Forse non possiamo cambiare radicalmente le nostre giornate, ma possiamo provare a portare nella vita di tutti i giorni almeno qualcosa di quello che abbiamo scoperto di aver bisogno. Un’abitudine, un momento della giornata, una persona da vedere più spesso, oppure semplicemente un po’ di tempo che non debba essere utilizzato per raggiungere qualche obiettivo.
E c’è un’altra cosa a cui prestare attenzione.
Il rientro può facilmente trasformarsi in una nuova occasione per chiedere molto a noi stessi. Settembre arriva e con lui ricominciano i propositi: recuperare tutto quello che è rimasto indietro, organizzarsi meglio, fare più attività fisica, essere più produttivi, cambiare abitudini.
Anche il desiderio di “ripartire alla grande” può diventare, senza che ce ne accorgiamo, un’altra forma di pressione.
Forse non è necessario ricominciare facendo di più. Potrebbe essere più interessante chiedersi che cosa vogliamo portare con noi dalle vacanze.
Non soltanto i ricordi, ma anche quel modo diverso di stare nel tempo, quella maggiore disponibilità verso noi stessi o verso gli altri, o semplicemente la consapevolezza che alcune cose ci fanno bene.
E se il problema non fosse la fine delle vacanze?
Il rientro, allora, non deve necessariamente significare tornare esattamente a come eravamo prima. Può essere anche l’occasione per conservare qualcosa di ciò che abbiamo sentito durante la pausa e provare a trovargli un piccolo spazio nella vita quotidiana.
Forse, allora, quando arriva il momento di tornare a casa, la domanda non è soltanto: “Come faccio a non essere triste perché le vacanze stanno finendo?”
Potremmo chiederci anche: “Che cosa ho sentito durante queste settimane che nella mia vita quotidiana faccio fatica a sentire?”
A volte la risposta è semplice. Ci siamo accorti di avere bisogno di dormire di più, di avere più tempo libero, di vedere alcune persone, di fare meno cose. Oppure abbiamo scoperto quanto ci faccia bene camminare senza fretta, leggere qualche pagina senza guardare l’orologio, stare a tavola più a lungo o semplicemente non avere sempre qualcosa da fare.
Non è detto che tutto questo significhi che dobbiamo cambiare vita. Forse significa soltanto che c’è qualcosa a cui, nella quotidianità, lasciamo troppo poco spazio.
Ed è forse questo che rende interessante la malinconia del rientro. Non sempre è qualcosa da mandare via il più rapidamente possibile. Può essere anche un piccolo segnale che ci invita a fermarci un momento e a guardare con più attenzione il modo in cui stiamo vivendo.
Non ogni disagio nasconde un problema profondo e non ogni malinconia racconta un conflitto inconscio. Ma possiamo evitare anche l’estremo opposto: liquidare quello che sentiamo come semplice “stress da rientro” e tornare immediatamente a fare tutto come prima.
A volte una sensazione passeggera non chiede di essere eliminata: chiede semplicemente di essere ascoltata.
Forse la vacanza non serve soltanto a riposarci per poter tornare più efficienti alla vita di sempre. Può lasciarci anche qualcosa da portare con noi: un modo diverso di stare nel tempo, una maggiore attenzione a ciò di cui abbiamo bisogno, o semplicemente la consapevolezza che non tutto ciò che conta deve essere produttivo o utile.
Non possiamo vivere tutto l’anno come se fossimo in vacanza. Ma possiamo provare a non dimenticare completamente ciò che, durante quelle settimane, abbiamo scoperto di noi.
Per approfondire
Per chi desidera riflettere ancora sul rapporto tra desiderio, dovere, prestazione e benessere psicologico, possono essere interessanti:
Tre prospettive diverse per riflettere sul rapporto tra desiderio, dovere, prestazione e fatica nella vita contemporanea.
Le situazioni e gli esempi eventualmente descritti nell’articolo hanno finalità esclusivamente divulgative e non fanno riferimento a persone realmente seguite in psicoterapia.
