La depressione nella terza età

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La depressione nella terza età

La depressione nella terza età rappresenta un fenomeno piuttosto diffuso, anche se ciò non vuol dire che essa debba essere ritenuta una componente inevitabile. In Italia, si calcola che un anziano su cinque – tra quelli che risiedono ancora nel proprio domicilio – sia colpito da sintomi depressivi che hanno rilevanza dal punto di vista clinico; la diffusione aumenta, però, tra i soggetti che si trovano ricoverati in ospedale (circa un anziano su tre è colpito da depressione) e soprattutto tra coloro che trascorrono gli ultimi anni della propria vita in una casa di riposo (in questo caso la malattia coinvolge quasi una persona su due).

Appare evidente, dunque, come la depressione nella terza età sia correlata anche al vissuto di perdita che contraddistingue il soggetto che ne è colpito: perdita della propria autonomia, ma anche di uno stato di salute buono, o semplicemente dei propri affetti. Chi è ricoverato in un ospedale o vive in una residenza per anziani è costretto a dire addio ai propri riferimenti storici, come le relazioni personali o la casa in cui si è vissuto per lungo tempo. Un aspetto che non può essere trascurato in tale dinamica è la convivenza con disabilità o, comunque con patologie di carattere fisico che finiscono per compromettere la qualità della vita quotidiana. Per tutte queste ragioni, nelle case di cura e negli ospedali sarebbe opportuno che lo screening per la depressione fosse la normalità.

Le persone più vicine all’anziano, come per esempio i familiari, dovrebbero riuscire a individuare i sintomi più evidenti dello stato depressivo, in modo tale che possa essere richiesto un supporto di tipo medico. Sono numerose le variabili che favoriscono un aumento della probabilità di ammalarsi di depressione nella terza età: tra queste ci sono fattori di carattere psicologico e sociale, ma anche elementi di natura esistenziale, senza dimenticare gli aspetti prettamente biologici. Si è notato, tra l’altro, che le donne sono colpite in misura più consistente rispetto agli uomini, ma un altro fattore importante è da rintracciarsi nella mancanza di un partner (l’essere vedovi, nubili o celibi). L’aver subito un lutto in tempi recenti è una circostanza che può incidere in misura consistente sulla comparsa e sullo sviluppo della depressione.

Anche l’assunzione di specifici farmaci può avere una responsabilità nell’insorgenza di sintomi associabili a uno stato depressivo: il riferimento è ad alcuni sedativi, alcuni antipertensivi e alcuni cortisonici. Come si può notare, dunque, la variabilità individuale è molto forte sul piano della valutazione dei fattori di rischio: è importante che la diagnosi e la messa a punto di una terapia prendano in considerazione tutti questi parametri.

Una persona anziana può essere predisposta alla depressione anche a causa dell’abuso di alcol, del passaggio dal lavoro al pensionamento o da un evento di perdita. In quest’ultima casistica non rientrano solamente i lutti e le scomparse di persone care, ma ogni altra situazione che determini il venir meno di qualcuno o di qualcosa: per esempio la perdita del lavoro che, per altro, innesca altre conseguenze significative come la riduzione delle risorse economiche e un cambiamento del ruolo sociale. Una particolare attenzione è richiesta per i soggetti che presentano una storia familiare di depressione o che si sono già ammalati in età più giovane.

Nel caso in cui il quadro depressivo si sviluppi per la prima volta nel corso della terza età, invece, in molti casi la risonanza magnetica nucleare permette di scoprire delle minime alterazioni che corrispondono, a livello cerebrale, a un’insufficienza circolatoria. Ecco perché meritano di essere indagate le correlazioni tra la depressione e altre patologie, come la demenza senile, il diabete, l’ipertensione e gli ictus. 

Purtroppo, la depressione può avere come estrema conseguenza il suicidio. In ogni caso, in età avanzata la prognosi e il decorso si rivelano senza dubbio peggiori rispetto a ciò che potrebbe accadere in soggetti più giovani: tra gli anziani è stata riscontrata, infatti, una probabilità di cronicizzazione doppia, così come è molto più alta la tendenza alle ricadute. 

2019-02-05T13:46:38+01:00