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La crisi dopo la laurea: tutti sanno cosa fare tranne me

il confronto sul futuro
cosa fare?

Perché finire l’università può far sentire smarriti e come ritrovare una direzione senza sentirsi in ritardo

C’è un momento, nei giorni o nelle settimane che seguono la laurea, in cui la festa finisce.

Le foto con la corona d’alloro sono state pubblicate, i messaggi di congratulazioni diminuiscono e le serate con gli amici diventano già un ricordo. La casa si svuota lentamente degli appunti, le date degli esami scompaiono dal calendario e, per la prima volta dopo anni, non c’è nessun capitolo da ripassare per l’indomani.

Ed è proprio in questo silenzio che può arrivare una sensazione inattesa: un senso di vuoto, a volte quasi di vertigine.

Dovrebbe essere il momento del trionfo. Si è raggiunto un obiettivo per il quale si è studiato, faticato, rinunciato a qualcosa. Le persone intorno sorridono e dicono: "E adesso comincia il vero futuro!".

Eppure, proprio quando un percorso importante è finalmente concluso, può comparire una domanda alla quale non è così facile rispondere:

"E adesso, che cosa faccio?"

La domanda di parenti e conoscenti — "E adesso che fai?" — può smettere di sembrare una semplice curiosità e trasformarsi in una pressione. Come si, una volta ottenuta la laurea, fosse necessario avere già pronta la risposta successiva. Poi ci sono gli altri.

Basta aprire Instagram o LinkedIn e sembra che tutti abbiano già trovato la propria strada. Qualcuno è partito per un master all’estero, qualcuno ha trovato uno stage, qualcun altro ha già un contratto, una nuova città, un progetto.

E dentro può farsi strada una sensazione difficile da raccontare: "Possibile che tutti sappiano dove andare e io no?" A volte arriva anche qualcosa di più duro: "A venticinque anni dovrei già sapere chi sono e che cosa voglio dalla mia vita."

Ma perché questa crisi dopo la laurea può arrivare proprio quando, apparentemente, dovremmo sentirci finalmente realizzati?

Quando finisce una strada già tracciata

Fino al giorno della tesi, la vita è stata spesso organizzata dentro una cornice abbastanza riconoscibile. Prima la scuola, poi l’università. Programmi, esami, crediti, scadenze, professori, obiettivi da raggiungere. Anche quando il percorso era faticoso, c’era comunque qualcosa che indicava quale sarebbe stato il passo successivo. Si poteva essere stanchi, preoccupati, perfino in crisi, ma la direzione era in qualche modo già tracciata.

L’università può svolgere anche questa funzione: non soltanto trasmettere conoscenze, ma organizzare il tempo e offrire una struttura dentro la quale costruire progressivamente la propria identità.Per anni, alla domanda "Chi sono?", una risposta poteva essere abbastanza semplice: "Sono uno studente." Dopo la laurea questa risposta non basta più.

La cornice cambia e, improvvisamente, ci si trova davanti a uno spazio molto più aperto. Le possibilità possono essere tante, ma proprio per questo possono sembrare anche difficili da scegliere.

Avere molte possibilità, infatti, non significa automaticamente sentirsi liberi. A volte significa sentirsi senza un appiglio.

Per la prima volta diventa necessario scegliere senza avere sempre qualcuno o qualcosa che indichi la direzione. Ed è un passaggio importante, ma non necessariamente semplice: significa cominciare a distinguere ciò che viene chiesto da ciò che sentiamo davvero nostro.

Dopo la laurea cambia anche l’identità

La laurea non conclude soltanto un percorso di studi. Può segnare anche la fine di un’identità nella quale ci si è riconosciuti per molti anni.

Per molto tempo le domande degli altri sono state prevedibili: "Cosa studi?", "Che università fai?", "Quando ti laurei?"

Poi, quasi improvvisamente, il copione cambia: "Che lavoro farai?", "Dove andrai a vivere?", "Quando inizierai a lavorare?"

Sembrano domande sul futuro, ma possono essere vissute come domande molto più profonde. Non riguardano soltanto il prossimo lavoro. In qualche modo sembrano chiedere: "Chi sarai adesso?"

È comprensibile, allora, provare contemporaneamente sollievo e nostalgia. Da una parte c’è la soddisfazione per avere finalmente raggiunto il traguardo; dall’altra può esserci il rimpianto per una condizione che, pur con tutte le sue difficoltà, era conosciuta.

Ci si trova in una terra di mezzo. L’identità dello studente non basta più, mentre quella dell’adulto che ha trovato la propria direzione non è ancora definita.

E forse è proprio questa condizione intermedia a rendere così inquietante il periodo che segue la laurea.

Quando il devo copre il vorrei

Quando un neolaureato dice "Non so cosa voglio", non significa necessariamente che non abbia ambizioni o risorse. A volte significa che, in mezzo alle molte aspettative, è diventato difficile ascoltare la propria voce.

Nel corso della crescita impariamo a fare nostre molte richieste che arrivano dalla famiglia, dalla scuola e dall’ambiente sociale. Alcune diventano talmente familiari da essere vissute come se fossero spontaneamente nostre.

Così può comparire un continuo "devo": devo trovare subito un lavoro, devo dimostrare che la laurea è servita a qualcosa, devo fare un master prestigioso, devo scegliere una strada sicura, devo essere all’altezza delle aspettative di chi ha investito su di me.

Queste richieste possono diventare molto rumorose. E quando il devo occupa tutto lo spazio, può diventare difficile sentire il vorrei.

"Che cosa mi interessa davvero? Che cosa mi incuriosisce? In quale ambiente riesco a sentirmi bene? Che cosa vorrei provare, anche se non sono ancora sicuro che sarà la mia strada?"

Da un punto di vista psicodinamico, si potrebbe parlare della tensione tra ciò che sentiamo di dover essere e ciò che gradualmente scopriamo di desiderare. Ma è importante non semplificare troppo.

Non sempre esiste dentro di noi un desiderio già formato che aspetta soltanto di essere scoperto. A volte il desiderio prende forma proprio attraverso l’esperienza: facendo, incontrando persone, provando strade diverse, scoprendo ciò che ci interessa e anche ciò che non ci interessa affatto.

E se la strada scelta a diciannove anni non fosse più la tua?

La fine dell’università può portare con sé anche una domanda più scomoda: "Ho scelto davvero io questo percorso?" Oppure: "Mi interessa ancora quello che ho studiato per anni?"

A diciannove anni non è sempre possibile sapere chi saremo a venticinque o a trenta. Una facoltà può essere scelta per passione, per le opportunità professionali che sembra offrire, per influenza della famiglia oppure semplicemente perché, in quel momento, appare come la scelta più sensata. Poi si cresce.

Quello che qualche anno prima sembrava giusto può non corrispondere più alla persona che siamo diventati. Accorgersene dopo la laurea può essere destabilizzante, soprattutto quando si è investito molto in quel percorso. Può sembrare di aver perso tempo, di aver sbagliato, di dover ricominciare tutto da capo.

Ma cambiare non significa necessariamente che la scelta precedente fosse sbagliata. Può significare semplicemente che nel frattempo siamo diventati persone diverse.

E forse una delle difficoltà dell’età adulta consiste proprio nell’accettare che non tutte le scelte devono rimanere valide per sempre.

Quando gli altri sembrano avere già capito tutto

A rendere ancora più difficile questo momento può esserci il confronto.

La vita degli altri diventa facilmente uno specchio nel quale misurare la propria. Si guarda chi è partito, chi ha trovato lavoro, chi sembra avere già un progetto chiaro, e si finisce per confrontare il proprio momento di incertezza con il risultato che l’altro mostra. Ma quello che vediamo è soltanto una parte della storia.

Sui social compaiono il contratto, la partenza, il master, la promozione. Molto meno visibili sono i dubbi, le rinunce, le paure e le difficoltà che possono aver accompagnato quelle stesse scelte. E così può nascere una conclusione dolorosa: "Tutti stanno andando avanti. Io sono fermo."

A questa sensazione si aggiunge spesso un’altra convinzione: che la prima scelta dopo la laurea debba essere quella definitiva. "E se accetto il lavoro sbagliato?", "E se scelgo il master sbagliato?", "E se questa decisione compromette tutto il mio futuro?"

Ma la vita adulta non è un esame universitario nel quale esiste una sola risposta corretta.

Molte decisioni acquistano significato soltanto dopo essere state vissute. Un’esperienza lavorativa insoddisfacente può aiutare a capire che cosa non si vuole più. Un percorso che sembrava provvisorio può aprire possibilità che prima non si riuscivano nemmeno a immaginare.

Non tutte le scelte devono essere definitive per essere importanti.

Dalla grande domanda al piccolo passo

Di fronte alla domanda "Cosa voglio fare della mia vita?" è facile sentirsi bloccati.

Forse, in alcuni momenti, può essere più utile cambiare domanda. Invece di chiedersi "Qual è la scelta giusta per il mio futuro?", si può provare a chiedersi: "Che cosa vorrei esplorare adesso?"

La differenza può sembrare piccola, ma cambia il modo di guardare alla situazione.

Non è necessario trovare immediatamente una vocazione definitiva. Può essere sufficiente seguire una curiosità, conoscere un ambiente di lavoro, fare un’esperienza, parlare con qualcuno che svolge un’attività che interessa. Il desiderio, spesso, non arriva come una rivelazione improvvisa. Si chiarisce anche facendo esperienza.

Si può accettare un lavoro temporaneo senza trasformarlo nella propria identità. Si può iniziare una strada e modificarla più avanti. Si può scoprire che qualcosa che sembrava interessante non lo è affatto.

Anche questo fa parte del diventare adulti: imparare a procedere senza avere sempre la garanzia di aver scelto perfettamente.

"Sono in ritardo". Ma rispetto a chi?

Quando la sensazione di essere in ritardo diventa insistente, può essere utile fermarsi e chiedersi: In ritardo rispetto a quale tabella di marcia? Non esiste un unico calendario della vita adulta.

Esistono storie personali diverse, possibilità economiche differenti, esperienze, condizioni familiari, risorse e tempi interiori che non possono essere confrontati come se fossero identici. Avere bisogno di tempo per capire quale direzione prendere non significa essere incapaci. E soprattutto, non sapere oggi che cosa si vuole fare non significa sapere già come sarà la propria vita tra cinque o dieci anni.

Quando la confusione diventa sofferenza

Sentirsi disorientati dopo la laurea può essere una risposta del tutto comprensibile a un cambiamento importante. Non ogni incertezza deve essere trasformata in un problema psicologico. Ci sono momenti della vita in cui semplicemente non sappiamo ancora quale sarà il passo successivo.

La situazione merita però maggiore attenzione quando lo smarrimento diventa persistente e si accompagna a una sofferenza significativa: per esempio quando l’ansia diventa molto intensa, compare un forte senso di inadeguatezza, ci si ritira dalle relazioni, si perde interesse per ciò che prima coinvolgeva oppure il senso di vuoto non tende a diminuire.

In questi casi può essere utile avere uno spazio in cui fermarsi e comprendere meglio ciò che sta accadendo. La psicoterapia non serve necessariamente a decidere quale lavoro scegliere o quale percorso professionale intraprendere. Può offrire piuttosto uno spazio per capire che cosa rende così difficile scegliere.

A volte dietro l’incertezza può esserci la paura di deludere i genitori, altre volte il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore. Può esserci la paura del giudizio, la difficoltà a tollerare l’errore oppure la sensazione di dover essere sempre all’altezza. E può anche esserci qualcosa di più difficile da riconoscere: la fatica di capire che cosa si desidera quando non c’è più una strada già tracciata.

Comprendere questi aspetti può aiutare, lentamente, a distinguere ciò che sentiamo di dover desiderare da ciò che realmente comincia a interessarci.

Non devi avere già una mappa

La domanda "E adesso che fai?" può sembrare innocua. Dopo la laurea, però, può diventare una domanda molto pesante, perché dietro al prossimo lavoro o alla prossima scelta può nascondersi una domanda più profonda: "Chi diventerai?"

Per anni c’è stata una strada riconoscibile. Non necessariamente facile e nemmeno completamente scelta, ma fatta di tappe, scadenze e obiettivi. Ora quella strada è finita e davanti c’è qualcosa di molto meno definito. È comprensibile voler riempire subito questo spazio con una risposta. Ma forse non è necessario.

La vita adulta non comincia quando abbiamo finalmente capito tutto di noi. Comincia anche quando possiamo tollerare di non avere ancora tutte le risposte e permetterci di scoprire, attraverso le esperienze, che cosa ci corrisponde davvero.

Forse, allora, dopo la laurea non serve avere già una mappa completa. Può essere sufficiente avere una direzione provvisoria, la curiosità di fare un passo e la possibilità di cambiare strada.

Alcuni sanno già che cosa vogliono. Altri pensano di saperlo. Altri ancora lo scopriranno strada facendo.

Se dopo la laurea ti senti perso, la tua incertezza non racconta necessariamente un fallimento. Potrebbe raccontare semplicemente che un percorso è finito e un altro non ha ancora preso forma.

E forse, in questa fase, la domanda non è: "Che cosa dovrei fare della mia vita?" ma qualcosa di più semplice: "Che cosa posso iniziare a esplorare, adesso?"

La laurea non è il momento in cui si dovrebbe avere già capito tutto di sé. È anche il momento in cui, per la prima volta, si apre uno spazio nel quale cominciare a scegliere.

Bibliografia di riferimento

  • Erikson, E. H. (1980), Identità, gioventù e crisi, Armando, Roma.
  • Winnicott, D. W. (1974), Gioco e realtà, Armando, Roma.
  • Winnicott, D. W. (1990), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma.
  • Blos, P. (1962), L’adolescenza. Una interpretazione psicoanalitica, Armando, Roma.
  • Kohut, H. (1986), La guarigione del Sé, Boringhieri, Torino.
  • Bauman, Z. (2008), Vita liquida, Laterza, Roma-Bari.
Sono laureata in Psicologia con indirizzo clinico presso la Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Padova e in Pedagogia presso la Facoltà di Magistero di Torino . Ho conseguito la specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica presso l’Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica di Torino IPP, un Master in Psicoterapia Bionomica presso il Formist (Scuola di Psicoterapia Bionomia) di Cagliari e sono didatta dell’ICSAT in training autogeno bionomico. Sono iscritta all’albo degli Psicologi al n 169 e all’elenco degli psicoterapeuti della Regione Piemonte.

Anna Ambiveri

psicologa & psicoterapeuta

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